Scritto da: admin il: agosto - 11 - 2016 Commenti disabilitati

Per L’Angolo del Mariachi

EVVIVA L’ORSO – THE REVENANT(REDIVIVO) di Alejandro G Inàrritu.

Finalmente ieri sera l’ho visto. A prescindere dall’alone di interesse destato dall’ormai scherzoso ritornello che appassiona grandi e piccini sul tema Di Caprio/Oscar (su cui ritornerà in fondo), devo dire che davvero merita tutto l’interesse del pubblico. La cosa che più mi spaventava erano i 156 minuti della pellicola, invece Inàrritu orchestra un film davvero scorrevole, costantemente in movimento anche nelle immagini (non c’è un’inquadratura dei paesaggi che non abbia un movimento naturale o combinato con quelli di regia), capace di tenere alta la tensione anche in una storia statica, con accorgimenti registici davvero interessanti e che lo contraddistinguono (l’uso del piano sequenza) oppure sfruttando accorgimenti al limite dell’errore(l’appannamento dell’obiettivo a causa della vicinanza con l’attore) ma d’altra parte solo conoscendo le regole davvero si possono interpretare e rompere, ed ecco che quindi risultano vincenti. Fotografia davvero impressionante, il paesaggio di per sé offre contrasti col bianco neve davvero impressionanti, ma è la luce fredda che imperversa sempre, persino negli interni dell’avamposto, contrapposta a quella più calda delle parti oniriche, che più mi è piaciuta Candidatura come miglior regia strameritata, idem come miglior film, inteso come arte visiva; sì perché il regista messicano valorizza davvero il concetto di cinema come espressione del vedere, esaltando al massimo ogni singola inquadratura, riuscendo a impreziosire un paesaggio che già di per sé lascia senza fiato(in alcuni punti mi son addirittura chiesto se non ci fosse un ritocchino di cgi), rendendolo ancora più vivo. Eccoci dunque a quello che secondo me è il vero protagonista del film: la natura. Inàrritu riprende ed esalta la natura, sotto ogni aspetto, dal paesaggio, all’armonia tra questo e il regno animale, alla violenta legge che determina quest’ultimo, all’inferenza e il rispetto dei nativi, all’interferenza dei coloni, alla perdita dei valori umani e la lotta tra uomini. Quindi dai, diciamolo: l’oscar l’orso se lo merita davvero Emoticon tongue Veniamo appunto agli attori, mai fuori luogo. Inàrritu si concentra di nuovo sulla psicologia di pochi soggetti, riuscendo a far reggere tutta la storia su di una colonna portante (come Michael Keaton in Birdman) a cui fa ruotare intorno due coprotagonisti e al massimo 3 o 4 secondari. Tom Hardy offre una buona prova recitativa, ma se dovessi metterla su di una bilancia da oscar con quella di Stallone in Creed non ne uscirebbe vincitore. Quello di Hardy è un buon villian funzionale alla storia e che regge e si oppone bene al peso dell’empatia con il protagonista, però sicuramente non mi lascia quel quid in più che mi aspettavo. Il suo personaggio dovrebbe avere anche una sfumatura personale importante riguardo il suo passato con il racconto della perdita dello scalpo, eppure non so, non mi ha convinto specie in quel frangente(il personaggio, non la recitazione dell’attore). E finalmente veniamo a lui: l’orso! No, scherzo: Leo Emoticon tongue Prova d’attore sicuramente ottima, al pari delle precedenti; ennesima dimostrazione di un attore disposto a sporcarsi davvero le mani e affrontare prove recitative non facili e che comportano un determinato stress fisico, come già dimostrato anche in precedenza. Ecco, il discorso è proprio questo: non ho visto l’interpretazione della vita, quella che sovrasta, quella che è unica; francamente non ho visto niente che non avessi già visto in Cast Away con Tom Hanks. L’oscar dovevano darglielo prima, ora sarebbe posticcio, nel senso che se non glielo hai dato prima non capisco perché dovresti darglielo ora. D’altra parte ha ragione mio padre: più di così quel poveraccio può solo morire davvero sul set, ma in quel caso l’oscar sarebbe alla memoria Emoticon tongue Personalmente quel che mi frega di Di Caprio è che a livello di tratti non ha subito un invecchiamento tale da rendermelo credibile in ruoli vissuti, ma ripeto è un problema mio. Ultima nota: mi dispiace molto che nessuno abbia mai menzionato che questa storia era già stata portata sullo schermo nel 1971 con Uomo Bianco, va’ col tuo Dio!, interpretato da uno splendido Richard Harris, che consiglio di vedere anche solo per comparare le interpretazioni.
Per concludere: sto amando questo ritorno del western e delle storie delle terre di confine, specie se dirette da registi davvero bravi come quelli che all’epoca d’oro hanno reso grande questo genere.