Scritto da: admin il: agosto - 11 - 2016 Commenti disabilitati

Per L’Angolo del Mariachi

CREED – NATO PER COMBATTERE… E CHIUDERE UN CICLO. Un’idea che mi ha affascinato sin dall’inizio, perché quel Rocky Balboa del 2006, nonostante mi fosse piaciuto molto, mi aveva lasciato quel pelino di voglia in più. Quello che ho pensato subito è stato: sarà da considerare come uno spin off della saga di Rocky o come quella chiosatura già ricercata in quel Rocky V che non mi ha mai convinto? L’idea, come dicevo, risultava interessante, specie per un amante dei film di Rocky, appassionato alle saghe pugilistiche, ed estimatore del Sylvester Stallone sceneggiatore. La prima certezza è venuta meno quando ho saputo che Stallone non aveva preso parte alla sceneggiatura. Il secondo dubbio ha preso corpo quando ho scoperto che la trama era alquanto scontata come mi aspettavo. Il terzo è arrivato a sapere che l’attore era Michael B. Jordan (ma che per caso è figlio del campione di basket?), volto anonimo intravisto in un sacco di serie tv e con sulle spalle il flop clamoroso de I Fantastici 4. Il quarto è stato Ryan Coogler, regista pressoché novizio, con all’attivo solo un esordio promettente dal buon consenso di critica. Eppure c’era quella scintilla di speranza che non si voleva spegnere; quel pensiero che nonostante i mille punti interrogativi da un azzardo simile potesse saltar fuori qualcosa, il canto del cigno di una grande carriera che poteva trovare nel progetto quella chiusura magica di un cerchio lungo quasi quaranta anni. Dovevo vederlo assolutamente, pur col terrore di una cocente delusione. Uscendo della sala a fine proiezione mi sono reso conto che per esprimere un giudizio ci si doveva concentrare su due punti fondamentali: il film e Sylvester Stallone. Il film è un buon prodotto; scorrevole, non un capolavoro però con una sua poetica nella regia (non facile), con un’idea ben chiara della storia che vuole raccontare e senza mai voler copiare (o come si dice oggi “omaggiare”) la saga originale, anzi, molto spesso gli atteggiamenti sprezzanti del giovane Creed sembrano quasi dispregiativi. Ho trovato delle idee registiche davvero interessanti, specie nelle scene dei combattimenti. Michael B. Jordan in parte soprattutto per il fisico, per il resto lasciamo perdere. La trama è scontata e anche nel personale travaglio interiore del figlio illegittimo di Apollo Creed (che non ha mai conosciuto il grande padre pur dovendo vivere con la sua ombra sulle spalle), nella difficoltà nel relazionarsi, si fa sentire la mancanza di carisma e le lacune recitative dell’attore. Allora perché giudicarlo un buon prodotto? Forse perché in tutto il film ho visto un altro attore, il vero protagonista del film, che ha oscurato completamente tutto il resto. E qui arriviamo al secondo punto: Sylvester Stallone, che non ha disatteso le mie speranze. La famosa frase di Anna Magnani “non togliermi le rughe che mi ci è voluta una vita a farmele venire” ha per un attore un senso davvero profondo, ma ahimè troppo spesso ignorato. Quando un interprete si fa forte della sua età e dei segni del tempo sul suo corpo, acquista un valore aggiunto davvero notevole. L’età matura deve essere la possibilità per un attore di vestire personaggi che prima non poteva, non un nemico da combattere, anche perché tanto vince sempre il tempo in un modo o in un altro e visto che la credibilità è tutto in quel mestiere, accettare un limite e renderlo un pregio interpretativo può fare la differenza. Direte: ma come?! Stallone?! Proprio quello Stallone così aggrappato a quei personaggi che hanno fatto esplodere il genere action negli anni ’80 e ’90, con ruoli epici entrati nella storia del cinema, tanto da ripresentarsi da “vecchio” con velleità di superman ne I Mercenari e con il patetico capello tinto di nero pece da farti temere di veder scioglierglisi il colore col sudore ad ogni scena di combattimento?! Sì, proprio lui; ma qui non è così. Qui l’attore si spoglia delle sue mille maschere che l’hanno imprigionato per una vita e indossa quella di un uomo invecchiato, che ha avuto mille esperienze ma a cui poi pian piano la vita ha chiesto il conto e in certi casi è stato salato. Un uomo che vuole arrendersi ma che non riesce a smettere di combattere. Ma è davvero una maschera? Davvero solo l’ennesimo vestito indossato in una lunga carriera o solo la possibilità per un uomo di esprimere tutto quello che si porta dentro, tutto il silenzio dopo anni di riflettori puntati addosso, tutto il dolore per quel giovane figlio perso? In ogni caso, a mio parere, è l’interpretazione di una vita. Credibile, malinconico, straziante. I veri pugni dati allo stomaco, non quelli sul ring, ma quelli vissuti sul quadrato della vita, quelli che ti fan salire il groppo in gola. Ecco allora che ti accorgi quanto tutto il film è un abbraccio attorno al vero interprete, sia all’attore che al suo personaggio, che si scioglie nelle ultime immagini come una catarsi in un qualcosa che ti resta dentro e che rende ancora più immortale ciò che già consideravi leggenda. Una candidatura all’oscar davvero meritata, esattamente come quella di quasi quaranta anni fa per lo stesso personaggio. Ancora sul ring per l’ultima grande lotta, per chiudere un ciclo lungo una vita, dove solo una cosa è certa: che vinca o che perda la stella di Rocky/Stallone brillerà per sempre.